FRANCOFONTE E DINTORNI


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Festa di San Sebastiano terza domenica di maggio

Appuntamenti

Lascia il Santo

(L'infausta festa del 1863-una cronaca francofontese di tanti anni fa)

Domenica 18 maggio è tornata, ancora una volta, la Festa di Sebastiano.
Nella tradizione francofontese da molti secoli, alcuni decenni fa era stata interrotta, ma poi è ritornata in auge grazia alla spinta dei fedeli del Santo, che in paese sono numerosissimi.
Nel passato la festa toccava il suo apice con il momento, passato alla tradizione, del
lascia il Santo.

Di tale momento ha parlato Matteo Gaudioso, ma noi vogliamo soffermarci sulla festa dell'anno 1863 e per farlo ci affidiamo alla penna di Angelo Marcellino, che ha saputo, magistralmente ricreare il clima delle nostre feste, clima che ancora oggi possiamo, parzialmente, cogliere.

La dimani, giorno della festa, naturalmente lo scampanio, lo sparo delle bombe e dei mortaretti, le grida de' rivenditori, lo sfiatamento della banda, il baccano e la confusione della gente furono più grandi.
Numerosissimi erano i devoti che portavano in chiesa, per voto fatto in seguito a miracolose guarigioni o ad altre speciali grazie ottenute dal Santo, lunghe e grosse torce di cera, con legate in esse, mercè bei nastri, roridi mazzi di magnifiche rose e di argentee zagare di arancio, o di ciocche di balico e di garofani fragrantissimi, tra il verde smeraldino di folte ramettine di basilico primaticcio.Ed era gran tramestio tra la folla ogni qualvolta compariva unp di que' più ferventi devoti che, tutti nudi e scalzi, con una semplice fascia di lino bianco accomodata agl'inguini, siccome il Santo -andavano di corsa a rendergli grazie, con i monelli che li rincorrevano, gridando anch'essi, stanchi accaldati ansimanti: "Santo Martire!...Santo Martire!... Santo Martire!...".
"Santo Martire!...Santo Martire!..." gridavano pure tutti gli astanti, facendo largo, battendo le mani e accompagnando, specie le donne, con voce di fede e di giubilio l'atto votivo di quei devoti.

Ma l'attenzione principale veniva richiamata dagli opposti gruppi de' maritati e de' celibi che, rincontrandosi, si guardavano biechi, e si rintuzzavano a vicenda, e si aiazzavano spavaldamente per la prossima sfida.
Era consuetudine in quella festa che i maritati e i celibi -come avanti s'è accennato- si raccogliessero in due partiti distinti ed avversi; e che gli uni avessero -al convenuto punto della piazzetta delle Botteghelle- -a impossessarsi a forza del percolo del Santo, quando a questo, uscito dalla chiesa, avessero fatto fare i tre giri di rito, su e giùper la strada principale, quelli che a più caro prezzo ne avessero acquistato all'asta il privilegio di prima addossarselo e portarlo.
Naturalmente costoro, che quasi sempre erano i maritati, perché disponesti di maggiori mezzi, si accanivano a non farsene privare da "mocciosi", com'essi chiamavano i celibi. Ma tanto più d'impegno e di violenza mettevano i celibi a sopraffare i maritati, che alla loro volta venivano scherniti col nomignolo di "erniosi". Donde, alla imposizione del "Lascia il Santo!...Lascia il Santo!..." degli uni, rispondeva il risoluto "Nò!...Nò…Nò…" degli altri, che si sforzavano a pigliare la rincorsa. E dapprima erano urti e strattoni da non dire, e poi man mano accendendosi gli animi e inselvaggendo, erano pugni e batoste da orbi: e spesso del fratello coniugato contro il fratello celibe. e viceversa; e più ancora tra coloro che avevan per quel giorno serbato lo sfogo de' loro annuali rancori: talchè non poche gravi lesioni venivan sempre riportate.
Ma sangue era da versare, perché San Sebastiano "figlio di Re e guerriero e centurione romano". Come ripeteva quel ciarlatano di fra Giuseppe, martire era stato, sangue aveva sparso, e sangue per Esso doveva spargersi. (A. Marcellino, Don Liborio e l'età che fu sua, pag. 512-513)


Tutti gli anni il momento del Lascia il Santo si ripeteva e spesso si verificavano fatti di sangue, anche gravi.
Era invalsa, infatti, l'abitudine, di darsi appuntamento sotto la vara del Santo per risolvere questioni personali e sfogare vecchi rancori.
Quell'anno 1863, la terza domenica di maggio, giorno in cui tradizionalmente a Francofonte viene celebrata la festa, cadeva il giorno 17.
Nel momento in cui stava per terminare la messa solenne e si facevano i preparativi per l'uscita del Santo, si sparse la voce che dalla vicina Lentini era arrivata una compagnia di soldati, che si era schierata alle Botteghelle.
Grande fu il disappunto di tutti: l'arrivo dei soldati, che erano un drappello e non una compagnia, fu interpretata come una illecita ingerenza di forestieri nella festa.
L'uscita del Santo e la cerimonia successiva, quindi, fu vissuta con più vigore del solito.
Il Santo fu portato su e giù di corsa e con gran furore, tra le urla e le grida dei fedeli, che suonavano, nelle intenzioni di costoro, come sfida ai soldati.
Nel frattempo, si avvicinava il momento più atteso.

Era ora il momento del "Lascia il Santo!" -Ed ecco i celibi scagliarsi furibondi contro i coniugati.come a volere dare maggiore prova. Davanti a quei militari. Del loro ardire: ed ecco i coniugati a resistere con non minore impeto…. E gli uni e gli altri. ecco. dagli urti passare a pugni. alle ceffate. alle percosse. in un tafferuglio bestiale. in un groviglio veramente selvaggio. Tra furenti grida di "Lascia il Santo!... Lascia il Santo!...!" (A. Marcellino, opera citata, pag. 515)

Scoppiò un gran parapiglia.
Il giovane tenente, che comandava il drappello dei soldati, perse la testa, penso che fosse scoppiata una rivolta popolare e ordinò ai suoi di innestare le baionette e di disporsi per la carica.
La situazione precipitò.
Al grido di " Picciotti!... Picciotti a noi!..... Viva San Sebastiano!...", una pietra fischiò nell'aria contro i soldati mangiapolenta, come venivano chiamati i settentrionali.

Come l'irrompere frastono d'un tremendo uragano, si risollevarono allora più veementi gli urli de' contedenti: ma ora tutti contro que' poveri soldati. Si vide il percolo del Santo rovesciarsi su di un lato in mezzo alla strada…e insieme una cieca, fitta, spietata sassajola, come nuvolo di grandine, si scatenò contro quegl'innoccenti.
Dove erano state pigliate tutte quelle pietre? Che se n'erano, quegli ossessi, riempite le antecedentemente le tasche, a partito preso?
Indarno i soldati, chinandosi e rivoltandosi di qua e di la, e facendosi riparo, co' calci stessi de fucili, si studiavano di scansarne i colpi…Ma quando videro un di loro sanguinare alla testa e cadere tramortito, si misero, contro ogni disciplina ad implorare dal loro capo l'ordine di fare fuoco….Il tenente, però, nel suo sbalordimento, resisteva; è frattanto, eccoaccorrere dalla Piazza, con le sciabole sguainate, tutti i carabinieri col brigadiere in avanti, gridando: "Largo!....Largo!....Largo!..."
Fu allora un generale scappascappa, un fuggifuggi a rompicollo, gli uni sugli altri, ciecamente, spaventosamente, terribilissimamente!...
Anche tutti i civili, anche le autorità, presi tutti da gran terrore, scapparono all'impazzata……Il Sindaco non si seppe dove andò a disperdersi; e il Cerasa, che a non volere più segnalarsi, cercava strapparsi dal petto la fascia tricolore e non riusciva, corse a ripararsi in una casa vicina, seguito da Don Liborio che gli arrancava appresso, implorando a bassa voce: "Maria Santissima! …. Maria Santissima del Carmine!...."
(A. Marcellino, opera citata, pag. 516)

Ai fatti del 17 maggio segui un'inchiesta e si seppe che i soldati erano stati invitati per vedere la festa.

Furono arrestati la maggior parte dei partecipanti alla sommossa, che furono rinchiusi nelle carceri di Augusta.
Successivamente, fu celebrato il processo e fu chiarito l'equivoco della sommossa e tutti andarono assolti e liberati.


Fu, pero, soppressa per sempre quella barbara usanza del "Lascia il Santo!"; e più rara, fino a sparire del tutto, si fece pur anche, da allora in poi, la indecente mostra de' devoti a correre nudi per rendere grazie al Santo"

Francofonte 15 maggio 2008


Vito Salemi





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